04 dicembre 2012

Storiella con morale (nascosta)

Mezzanotte. All'improvviso, durante il pranzo a corte.

(Inseguendola per le scale del palazzo) - Cenerentola... Cenerentola! Cenerèèèè... la scarpetta!
(Saluta fuggendo) - Principe, che v'aggia dì.... fatevela alla salute mia!

02 dicembre 2012

Un tuffatore

Fu ritrovata il 3 giugno del 1968, in una località detta Tempa del Prete, nei pressi di Paestum. Tempa, parola locale che non significa solo mezza collina, ma che richiama un terreno sufficientemente articolato ed impervio da farti dire che lì è terminata ogni estrema propaggine delle piccole realtà urbane del Cilento di lingua greca, ed inizia qualcosa d'altro. Un luogo di confine. Dov'è giusto che siano i morti: non così vicini, da impicciarsi degli affari dei vivi, non così lontani da non potere essere rcordati, onorati, e magari potere partecipare almeno con l'incoraggiamento e il ricordo delle loro imprese alla difesa dai nemici esterni. Tempe piene di sole, torride d'estate, immerse nel canto delle cicale che impazzite si sfiniscono, e tenebrose d'inverno, con fiumi d'acqua che le percorrono e le scavano in profondi solchi. Terre percorse da etruschi, greci, lucani. Contese. Terre di mezzo.


La tomba del tuffatore è una tomba a cassa, che sulle quattro pareti verticali porta degli affreschi rappresentanti scene di convivio. Sui triclini, adagiati su morbidi cuscini, uomini che si amano, eraste ed eromene, che bevono fino all'ubriachezza, la testa ciondolante all'indietro, che suonano la lira o i flauti doppi, o che giocano a kottabos. Tutto ciò che si può desiderare dalla vita bella, dagli amici, dagli amanti, dal cibo e dal bere. E poi, scene che girano tutt'attorno in un contesto realistico e arredato, i calici appoggiati su tavolini bassi accanto ai triclini, giovani servitori pronti ad attingere da un grosso cratere, un amico atleta che si attarda, al ritorno dall'allenamento, e che ultimo si aggiunge al convivio. Tutto ciò che forse si è avuto, e che si sta per abbandonare. L'ultimo sguardo alla vita che è stata, non come rimpianto, ma come volersene riempire gli occhi, per sempre. Per poterla salutare fino in fondo.


Ma è la lastra di copertura che ti sorprende, e che segna una cesura rispetto a quell'altra narrazione. Essa reca l'affresco che ritrae un giovane che si tuffa nell'ondulato mare, in una cornice di foglie d'acanto. Dietro di lui, un podio, quasi un trampolino, alto, in cima al quale forse è stato difficile arrivare. Forse le colonne d'Ercole, limite di tutto ciò che si sa. Tutt'attorno un'atmosfera rarefatta, stilizzata, sottolineata da fiabeschi alberi immobili nella luce abbagliante. E poi il tuffatore, nudo, con un'espressione serena, che testa in avanti compie il salto.
L'ultimo tuffo, con fiducia, nelll'ignoto. Di là dello specchio d'acqua, al di sotto del quale non si può vedere, nessuno sa cosa ci sia.


Qual è il più moderno?

Elmo apulo-corinzio, V. sec. a.C., Montescaglioso (MT)

Sant'Elmo, Mimmo Paladino, XX sec. d.C., Napoli.




23 novembre 2012

Maya vs Israele: 0 a 1

Alla fermata della metropolitana salgono un padre e una figlia e si siedono giusto di fronte a me, continuando una discussione iniziata fuori dalla metropolitana. Ne sono incuriosito, quando sento la parola "maya". Lui spiega alla figlia che già si sente nell'aria qualcosa, una certa vibrazione, ora che il fatidico 21 dicembre 2012 è vicino, e che probabilmente ci sarà un grande cambiamento. Lei parla di clima, e riscaldamento globale. Anche se poi lui ha sentito da un giornalista alla TV che forse i Maya sbagliavano, perchè il 2112 dovrebbe essere ancora più interessante, data la simmetria della data. Lei annuisce convinta.
Io non ce la faccio più. Mi sporgo in avanti e dico: - Per il calendario ebraico siamo quasi al 5800, e il 2012 è passato da quasi 4000 anni. Per cui, sentite a me, pensate alla salute e state sereni.
Sorrido, e mi alzo per scendere alla mia fermata. E loro mi guardano come se io fossi pazzo. Io.

17 novembre 2012

Questi ragazzi così puri




I ragazzi che ho visto in strada sono puri, perchè le loro motivazioni sono pure. Quello che mi ha davvero colpito delle proteste di questi giorni è che non si tratta del disagio esistenziale di alcuni, tutto personale, che si è contaminato con un certo spirito dei tempi o con culture accademiche, verbalmente violente per la troppa considerazione di sè: io non vedo in giro cattivi maestri.
Nè si è trattato dell'eccesso di testosterone di gente annoiata, che si è incrociato con culture politiche neanche tanto marginali: ambienti abitualmente maneschi, contestatori, hooligans dentro e fuori movimenti più o meno organizzati. Non ho visto niente di tutto questo nelle proteste di questi giorni, perchè le motivazioni dei ragazzi mi sono sembrate più pure, quasi elementari.
I ragazzi protestano, e protesteranno sempre di più nei prossimi mesi, perchè non stanno bene. Innegabilmente, non vivono più bene. E non si tratta solo di conservazione. Certo, in un certo qual modo questi ragazzi protestano anche per la conservazione, perchè magari vedono lo stato sociale ridursi, con la sottrazione di ciò di cui hanno goduto fino a poco fa non solo i genitori, ma anche i fratelli più grandi. Vedono un sistema del lavoro inselvatichito, brutale, con paghe bassissime e orari infiniti, fatto di contratti atipici, con sempre meno garanzie. Vedono meno professori a scuola, meno infermieri al servizio dei malati a casa, meno trasporto pubblico. E protestano, anche per conservare quel poco che di tutto ciò è rimasto.
Ma quel che è davvero importante, ciò che li induce a una rabbia vera, senza allegria, quella che magari caratterizzava le contestazioni di una volta, è il vedere restringersi davanti a sé il numero delle strade possibili, delle opzioni di vita. Sanno che dovranno lavorare di più per ricevere di meno, mantenendo un esercito di pensionati, a volte con pensioni congrue. Sanno che avranno più difficilmente accesso al mercato del credito.
Sanno, perchè ne hanno sentito parlare, che un tempo studiare consentiva di fare un passo avanti e di provare a salire qualche piano della società sfruttando l'ascensore sociale: oggi laurearsi non consente ad un ragazzo di guadagnare più del padre operaio. Sanno che un tempo fare impresa poteva significare assumere, ingrandirsi in un orizzonte conomico in espansione, mentre oggi si apre una partita IVA per lavorare per un unico cliente, che in realtà è il datore di lavoro occulto.
Sanno che collettivamente, in quanto generazione, sono stati abbandonati da adulti che non li educano più, che non parlano loro, che non insegnano un mestiere o semplicemente l'arte di crescere. Sanno che il passaggio del testimone da una fase all'altra della storia è stato lasciato in sospeso da uomini e donne, quelli che avevano venti anni all'alba degli anni '70, che non vogliono invecchiare, che vogliono conservarsi in eterno, che vogliono avere fidanzate giovani, che vogliono mantenere le leve del comando anche se hanno minori energie, minori idee e più ristrette, che non sono più capaci di sacrificio di sè. Sentono, i ragazzi, che si è sostanzialmente smarrita l'idea di progresso, l'idea stessa dell'amore verso chi viene dopo in linea temporale, che un tempo nutriva una società in espansione, che cercava di produrre di più, di fare cose più grandi, più veloci, che coinvolgessero più persone, convogliando l'esperienza da una generazione all'altra. In una parola, i ragazzi protestano perchè quel che della società è stata smarrita è l'anima, la capacità di immaginarsi domani.
Il grido di questi ragazzi è appunto il dolore dell'anima che viene strappata via dai corpi. Perchè l'anima non è la capacità di essere sentimentali o di provare sensazioni, ma è il coraggio di progettare il futuro, e di accompagnare per mano una generazione in questo futuro. E questi ragazzi, così puri, così elementari nella loro richiesta di essere amati collettivamente in quanto giovani, è contro il loro abbandono in un domani oscuro, nebuloso, che oggi urlano prendendo le botte dai poliziotti.

24 ottobre 2012

Circa la condanna degli esperti della Commissione Grandi Rischi

La frase della Commissione Grandi Rischi "è tutto normale", rende efficacemente conto del fatto che solo 5 sciami sismici su 100 danno luogo a un forte terremoto: guarda caso, il limite del 5% è proprio il limite usualmente usato nella letteratura scientifica in ogni possibile contesto per sceverare ciò che è normale da ciò che non lo è. Quindi la situazione si poteva definire, nei limiti delle conoscenze disponibili, normale, con riferimento alla posssibilità che potesse avvenire il BIG-ONE.

L'evacuazione di una città (anche piccola o media) comporta svuotare gli ospedali di malati gravi e gravissimi per spostarli altrove, e ricoverare in maniera arrangiata (Berlusconi lo chiamò campeggio) anziani e bambini: tutto ciò comporta sicurissimi danni alla salute di alcune fasce deboli a fronte di incerti vantaggi. Si moltiplichi questo danno alla salute per tutte le volte in cui il giochetto avviene inutilmente (e cioè 19 volte su 20), e si capirà quali siano i rischi di ingenerare falsi allarmi anche solo in maniera preventiva. E fosse solo questo.

Il punto è che la probabilità del 5% che a uno sciame sismico segua una scossa forte significa che esiste la probabilità del 60% che possano esserci 10 sciami sismici consecutivi senza che alcuno di essi sia seguito da una forte scossa. Ciò equivale a dire che, se si evacuassero 100000 persone ogni volta che avviene uno
sciame sismico, la probabilità di evacuare 10 volte CONSECUTIVE queste 100000 persone in maniera del tutto inutile è del 60%.
E' molto probabile che davanti a falsi allarmi ripetuti in Italia (svuotare una città ogni volta che avviene uno sciame sismico, con tutti i disagi relativi), le popolazioni comincerebbero ad abituarsi a questo "al lupo al lupo", pensando (a ragione) che tali grandi manovre siano inutili. Ottenendo il bellissimo risultato di rendere le popolazioni inerti e meno collaborative, magari in presenza di pericoli più certi (penso ad esempio al rischio vulcanico nell'area napoletana). Così magari si evitano 300 morti in una località, una volta, per poi farne un cinquecentomila in un'altra solo per il continuo succedersi dei falsi allarmi. L'ho scritto per quei fessi che pretendono che la Commissione Grandi Rischi desse il consiglio di evacuare (decisione che comunque avrebbe dovuto prendere la Protezione Civile, cioè l'organo politico).

A L'Aquila le morti sono state senza eccezione alcuna provocate da una edilizia che non sarebbe difficile definire scadente e di scarsa qualità, anche in assenza di terremoti (si veda il caso della Casa dello Studente, o le numerose palazzine moderne su pilotis, senza elementi di tamponatura che assorbono energia durante il sisma). Dato che il parere scientifico della Commissione Grandi Rischi (la situazione è nell'ambito delle conoscenze attuali "normale", con riferimento alla possibilità che avvenga un forte terremoto)  mi pare comunicato in maniera ineccepibile, il problema si sposta sulla Protezione Civile: durante uno sciame sismico, non è bene come misura di routine che gli ingegneri civili facciano uno screening di alcuni edifici critici? Una semplice azione preventiva come questa, che non ha niente a che fare con l'evacuazione di intere città, avrebbe individuato le criticità (appunto, la Casa dello Studente) e avrebbe evitato numerosissime morti.  Ma è quanto evidentemente la Protezione Civile, i Vigili del Fuoco, il Genio Civile eccetera pare non fecero.

Per altro, questi controlli di routine (un atto dovuto in presenza di uno sciame sismico, che per definizione sta danneggiando un pò alla volta e progressivamente gli edifici), non avrebbero avuto bisogno di alcun avallo da parte dei sismologi, ricadendo nelle normali e dovute competenze della Protezione Civile. Controlli che ci sarebbero dovuti essere anche se i sismologi avessero dichiarato "è sceso l'angioletto dal cielo e mi ha detto che lo sciame cessa oggi alle 18:35").

A mio parere la condanna è stata ingiusta, e i condannati sono chiaramente martiri dell'oscurantismo nel paese che già si distinse per la condanna a Galileo. Riconosco che il giudizio non è, almeno a chiacchiere, contro la scienza. Ma senz'altro è contro il metodo scientifico, e l'uso, nella scienza e nell'analisi del rischio, di probabilità e ragionamenti articolati, che mal si adattano alla richiesta da parte della società (giudici compresi) di concetti che possano essere comunicati in ascensore nel viaggio tra un piano e l'altro.

17 ottobre 2012

Diario di bordo universitario

 
Diario di bordo del 17 ottobre 2012.
Le perturbazioni atmosferiche hanno reso nei giorni scorsi difficoltosa la nostra navigazione a vista, tra ondate di circolari ministeriali e banchi di studenti che cercano dove spiaggarsi: ogni tanto ne peschiamo uno e lo mangiamo per la fame. E' il tredicesimo giorno senza carta igienica all'università, e alcuni ammutinati hanno paventato la possibilità di utilizzare alla bisogna gli inutili comunicati di ANVUR (agenzia nazionale di valutazione di università e ricerca). Le preoccupazioni del medico di bordo per i primi sintomi di scorbuto dovuti alla scarsa alimentazione, dopo l'annullamento dei già esigui buoni pasto, sono state spazzate via dalle più fosche previsioni relative al forzato inutilizzo delle latrine. Non vediamo ancora terra, ancorchè promessa o anche solo velatamente vagheggiata come cauta possibilità. Che Dio ci protegga.

13 ottobre 2012

Il libro che ho appena letto


"Forse noi, dico la Terra, Cassiopea, Alpha Tauri, quella stella cadente, tutti gli altri corpi e astri che vedi e non vedi, tutti noi, zodiaci e nature, siamo solo miliardi di calcoli nel rene di un corpacciuto animale, la sua colica senza fine, i quagli petrosi del suo difficoltoso smisurato emuntorio; e galleggiamo così, nell'etere e piscio che gli s'impantana per tutti i meati e lo fa gloriosamente ululare di dolore nel silenzio degli spazi eterni. E' quella che chiamano l'armonia delle sfere. ma in quanto a spostare un pezzo, lui, Dio Mannaro, non saprebbe che pesci pigliare. E' solo una bestia che vuole sgravarsi di noi, e scalcia e si scogliona senza criterio. Un rimedio gli bisoga, uno squasso o un rutto, per mano di un altro, un Ur-Gott, un archiatra più antico e vasto di lui, che ci riduca in tritume di polvere, e lo liberi, finalmente. Ma la tua morte avviene al di fuori di un tale disegno, seppure un disegno esiste che lo concerne..."

Un libro vero, che parla di una generazione perduta, sfrido umano, specchio della nostra. Un incessante dialogo con la Morte, con il convitato di pietra sempre rimosso e dimenticato, e che sempre si presenta all'ora convenuta. Di Gesualdo Bufalino, Diceria dell'untore, Sellerio.

(nell'immagine, il manifesto del film Pietà, di Kim Ki-duk)

12 ottobre 2012

"Ci vorrebbe una guerra"

"Ci vorrebbe una guerra, perchè così capireste cosa significa..."

Seguiva poi, come in quelle poesie combinatorie di Quineau (Cent mille milliards de poèmes), una a scelta tra più possibilità di asserito contenuto etico-educativo. Le occorrenze, tra le quali potere estrarre come un coniglio dal cilindro il preteso insegnamento, apparivano in ordine di preferenza come: la fame, il rispetto per i genitori, risparmiare, l'educazione, il lavoro, ma anche la stessa guerra (in modo da chiudere una elegante tautologia). Ad esempio: "Ci vorrebbe una guerra, perchè così capireste cosa significa la fame". Magari detta con scopo didascalico a un bambino che non voleva mangiare, e usata come arma finale se il pietoso "pensa ai bambini che vorrebbero, ma non hanno da mangiare" non aveva funzionato: insomma, l'augurio dello sterminio dell'umanità come conseguenza per non avere voluto finire un piatto di pasta.
Questa frase, ci vorrebbe una guerra perchè così capireste cosa significa questo o quello, l'avrò sentita miliardi di volte, quando ero ragazzino, ripetuta da anziani parenti, vecchi rincitrulliti alla fermata dell'autobus, fascisti in ciabatte di pelo e con la papalina in testa, o biliosi e cadenti pazienti in prostranti sale d'attesa. Detta e ridetta da una generazione che, nel momento di tirare le cuoia, augurava ai nipoti (di certo non ai figli, ché quelli non si toccano!) di soffrire a scopo educativo.

Poi, crescendo, a un certo punto avevo smesso di sentirla: credevo di essermela cavata. Dietro la pretesa tirata moralista in forma di invettiva jettatoria ho sempre pensato covasse una non nascondibile, perchè cospicua, quantità di invidia di certe nostre libertà. Ma delle segrete motivazioni profonde di questi menagrami in pre-decomposizione non mi è mai interessato, né può interessarmi ora. Mi preme, piuttosto, osservare che infine la "jastemma ci ha cojuto", come diremmo dalle nostre parti, ossia che l'occhio secco lanciato dai nostri antenati è dopo lunghi giri andato a segno. Ed ora questa generazione, la mia, così verbalmente tartassata, viene finalmente spazzata via da una specie di tsunami lungamente invocato dai nonni.

Ci pensavo giusto l'altro giorno, mentre facevo un pò l'appello mentale dei miei amici, delle mie amiche, e di qualche giovane familiare. Ne è venuto fuori, insieme a tanta infelicità e insicurezza, un quadro fatto di contratti atipici, di stipendi in picchiata, di partite IVA con un unico cliente (in realtà il datore di lavoro), di pure e semplici disoccupazioni, di separazioni, di figli non fatti perchè troppo onerosi da mantenere, di stanze in affitto in case condivise con studenti ben più giovani, di ritorni a casa dei genitori perchè non si riesce più a pagare l'affitto nella casa condivisa con gli studenti, in risparmi sulla salute, e poi brevi puntate al nord o all'estero per lavori stagionali, lauree sottoutilizzate, e paghette ricevute ancora a trentacinque anni per arrotondare. Insomma, la guerra che tanto caldamente ci era stata augurata si è materializzata, infine. Ma sotto forma di un lento strangolamento che si è mangiato, e si mangerà, un decennio della vita delle persone che oggi hanno tra i trenta e i quarant'anni


A questo pensavo, l'altro giorno, e mi chiedevo come mai nessuno, nei media, avesse il coraggio di dire le cose come stanno, e cioè che c'è una generazione che sta pagando per tutti, per quelli che verranno e per quelli che sono già venuti. Una generazione che deve ogni giorno guadagnarsi il diritto di rimanere in vita acquistando anche l'aria che respira. Una generazione di guerra, che cederà il posto alla prossima senza avere mai visto da vicino le stanze dei bottoni, le leve del comando, le case di proprietà o le barche a mare, o più banalmente senza avere avuto la possibilità di vivere senza per forza dovere dimostrare di meritarsela, l'esistenza in vita.

La guerra che ci era stata augurata alla fine è scoppiata, e ha anche ottenuto il richiesto tributo di vittime, e di mutilati. A questo pensavo, e mi chiedevo a che punto fosse la notte, se fossimo lontani da un'alba, e se questo processo possa essere almeno rallentano, se non è possibile fermarlo.

10 ottobre 2012

Perle di filosofia

Oggi, come faccio spesso, scartabellavo tra i libri che don Ciro, il mio spacciatore di fiducia (ne ho già parlato qui, ma anche qui), dispone sugli scaffali arrangiati del suo negozio improvvisato (in un luogo della città che ha chiesto di non rendere riconoscibile perchè altrimenti la Finanza si potrebbe interessare a lui). Chissà come, il discorso è caduto sulle elezioni, manco ricordo se si parlasse di primarie del PD o quant'altro.
"Io nun vaco a votà" ha detto. "E poi uno non sa che votare, potrebbe sbagliare." Era filosofico e, a quel che ne so, è uno che non beve, per cui mi sono interessato e l'ho guardato interrogativo. "Mo'vedete per esempio de Magistris, pareva tanto buono...", e invece?, "... e quello ha fatto togliere tutti gli ambulanti da Piazza Garibaldi..." Una pausa per creare in me la giusta suspense: "Se lo votavo potevo sbagliare!" Gli ho fatto capire che il suo ragionamento, in effetti, non faceva una piega.
Quindi, ha concluso, ribadendo la sua funzione storica, che lo ha quasi trasformato in un elemento del territorio o in un pezzo forte dell'arredo urbano: "Io nun vaco a votà. Tanto chi saglie saglie, io sto sempre cca' a vennere libri."

07 ottobre 2012

Il libro che ho appena letto.



"Su, vieni" disse la donna, e lo prese per un braccio. "Su che sei grande, vieni."
Mario avvertì, immensi, i battiti del proprio cuore. Senza volerlo cercò di puntare i piedi in terra.
"No" pensò anche, due e o tre volte, con un desiderio di piangere, e tuttavia non aveva forza per resistere.
S'alzò per uno scatto con se stesso... Gli erano infatti maturate collera e vergogna d'apparire sciocco...
Ma era sempre gelato quando prese posto accanto alla donna. Costei gli si fece vicinissima, il ragazzo ne sentì l'odore.
Un odore strano, di panni vecchi, naftalina sudore rappreso: dava un po' di nausea, eppure s'insinuava con sottile violenza.
"Anche tu: ce n'hai?" mormorò Titina, sfregando indice e pollice tra loro. "Una lira. Come quell'altro."
Mario ansò ancora. Pensò in un lampo: "Non ce n'ho, lo dico. E così potrò andarmene. Vado..."
Ma non riuscì ad aprire la bocca.

Enzo Striano, Giornale di adolescenza, Mondadori

25 settembre 2012

"Perchè i finestrini degli aerei non si possono abbassare?"



Questo cretino è il tizio che si sta candidando a manovrare i codici della valigetta nucleare. Non so se mi spiego.

23 settembre 2012

Questi odori

Quando esco di casa, il primo odore che mi raggiunge è quello dolciastro della merda che si secca sul marciapiede sotto casa, latrina comune di cani liberi, cani al guinzaglio, e barboni troppo disorientati per sapere dove sta un cesso. Misto all'odore di merda, se il vento è quello di mare, mi arriva il salmastro dal fondo del vicolo, che termina nello spechio d'acqua dal quale partono gli aliscafi. Quest'odore mi da gioia, e chiudo il cancello salutando la bella giornata che inizia, perchè è sempre bello quando inizia la mia napoleide con l'odore del mare. Faccio pochi passi e ciaffo con i piedi nell'acqua che la pescheria spande abbondantemente, mentre i lavoranti puliscono i bidoncini, e non faccio niente per evitare le pozzanghere, io adoro camminarci dentro. E qui l'odore di pesce mi raggiunge quatto quatto, e poi mi segue per un bel pò dopo che ho attraversato la strada, e mi ricorda di quanto io ami quell'odore e di quanto poco apprezzi quando quela roba viene cucinata. A questo punto, mi infilo nel vicolo di fronte, buio e stretto tra palazzi troppo alti e troppo antichi, aspirando l'odore di vecchia cantina umida, e salgo delle scalette di piperno, aggrappate ad una murata, quasi immergendomi tra i panni stesi della signora che lì abita al primo piano, e annuso il pulito. E quando emergo al di sopra del muro di sostegno il contrasto mi stona, perchè sulla strada ecco l'odore delle automobili, e delle moto, e degli autobus, e il gas mi entra profondamente dentro. Faccio pochi passi cercando di respirare meno che si può, e supero il bar dal quale esce profumo di caffè, e dato che fa angolo con l'incrocio, e io giro a destra, me lo godo sia lungo una strada che lungo quella successiva, e subito mi fa venire voglia di bermene una tazzina, e sono solo pochi minuti che ho preso quello che ho preparato io a casa. Entro nella vecchia stazione liberty della metropolitana, e c'è l'odore dei detersivi che usano per lavare i pavimenti (ma stanno lì sempre a lavare quando passo io?), del grasso delle scale mobili ormai ferme da mesi, e dei cornetti caldi che il bar espone nella vetrina. Sbuffando, perchè c'è da salire parecchio a piedi, arrivo al piano dei binari, e lì mi arriva il profumo dei fiori e delle piante spontanee che pendono dal terrapieno: se è una bella giornata, mi avvicino ai fiori, e me li guardo, e faccio foto al lampione di ghisa, scassato e mai più aggiustato, che pende dal muro di sostegno. Quando arriva la metro, e ci salgo, mi accoglie la puzza dei piedi, delle ascelle, della plastica dei sediolini, dei cappotti umidi se sta piovendo, dell'odore di chiuso che esce dai bocchettoni dell'impianto del clima, e non riesco mai a concentrarmi del tutto su quello che mi porto da leggere perchè intanto devo separare un odore dall'altro, farlo a fette, e capirne l'origine a occhi chiusi. E in galleria, se ci sono i finestrini abbassati, mi arriva l'odore del ferodo, e della ruggine dei freni, e della plastica di un cavo elettrico che da qualche parte si sta bruciando, minacciando di mandare tutto in corto. Riemerso alla luce, dall'altra parte della città, mi accendo finalmente il sigaro, lo aspiro piano, ne contrasto il sapore con quello del caffè, ne avvicino la corona alle narici, per sentire l'odore del fumo che mi attraversa il cranio con una scossa, e riprendo a camminare tra altre pozzanghere, altra merda, altra erba che secca, altri tubi di scappamento, altri corpi umani che per troppi giorni hanno dormito per strada.
Portatemi bendato da qualche parte, e vi indovinerò dove siamo semplicemente dall'odore. Il Vomero in autunno profuma delle foglie che vengono giù dai platani, e di gelaterie affollatre anche fuori stagione. Fuorigrotta sa degli oli di bitume che cuociono sotto il sole. Piazza dei Martiri profuma di piperno e sanpietrini, che lottano col marmo. Via Roma sa dei profumi zuccherini di ragazze troppo in carne, piuttosto improvvisate come veline. Port'Alba odora di carta che si impolvera, e carta oleata imbrattata di salsa. Via dei Tribunali sa di pizza, e fritti che ti afferrano alla gola, e ti fanno inghiottire saliva. I Quartieri Spagnoli sanno di gas di scarico di motorini, e di panni stesi, e aria fresca che scende da San Martino. L'Arenaccia profuma di cucinato casalingo, il cui odore ti raggiunge scendendo dalle case al primo piano, o direttamente dai bassi al livello della strada. Via Atri sa di colla per il legno, e vecchi mobili che vengono restaurati. Piazza Bellini sa di canne, e dell'odore dolciastro di macchie di umido di birra che asciugano. Via Bausan profuma di texmex, e salsine della cucina brasiliana, e odoridi giardini nascosti dalle parti dell'Ascensione a Chiaia. Il Vasto puzza del sudore dei corpi umani stretti l'uno sull'altro, facchini e neri che si affannano con le loro mercanzie in groppa, spezie orientali e kebab.
Portatemi bendato da qualche parte, e vi dirò dove siamo. Adesso conoscete il mio segreto. Portatemici bendato, e io annuserò l'aria. Non lasciate che io apra gli occhi, e io vi indovinerò dove siamo semplicemente dall'odore di questo corpo. Del corpo che fa uno col mio, e che è la mia dissolutezza.

09 settembre 2012

Cosa leggo stasera?

Ora devo scegliere che leggere.
Io ho letture da cesso, letture da terrazzo, letture da metropolitana e letture da letto.
Al cesso cosine facili come riviste: l'espresso, sette, le scienze, wired, gq. tranne l'internazionale, quello fa molto animale urbano di sinistra, e quindi è buono per la metropolitana.
Sul terrazzo: saggi divulgativi di matematica e fisica, il giornale il sabato e la domenica.
In metropolitana: l'internazionale, come dicevo sopra, e poi libri di analisi numerica, articoli di riviste di ingegneria idraulica, saggi politici e storici, romanzi pesanti (che sottolineo pure).
A letto: saggi di napoletanistica teorica ed applicata, romanzi leggeri (che non sottolineerò, anche perchè è difficile stando sdraiati sulla schiena, e poi tingerei le lenzuola), biografie.

E so già cosa volete sapere. No, non devo andare al cesso.

04 settembre 2012

No concept



Tempo fa mi hanno regalato il disco di Giovanni Allevi: "no concept" (Ricordi, 2005). Dall'immagine che ho usato sopra, volutamente neutra, vi sarà immediatamente chiaro cosa io pensi di questo disco senza infamia e senza lode, e perciò non mi dilungherò a parlarne o a farne una critica.
Da lettore, tuttavia, volevo appuntare la vostra attenzione su alcune frasi, evidentemente di Allevi, che sono stampate sul pieghevole allegato al disco. Si può così leggere:
"Ho coltivato nel mio spirito un giardino di rose;
l'ho nascosto dentro una scorza dura.
Fuori ho messo un cartello per vietare l'ingresso ai cattivi:
NO CONCEPT";
ed inoltre:
"Stiamo tornando nel Rinascimento italiano, dove l'artista deve essere
un pò filosofo, un pò inventore, un pò folle,
deve uscire dalla torre d'avorio e avvicinarsi al sentire comune."

Non ho mai letto niente di così assurdamente pretenzioso da parte di qualcuno che si dedichi alla musica.

01 settembre 2012

Il libro che ho letto...





Le cose alle quali tenevi di più, ti decidi un bel giorno a parlarne sempre meno, devi fare uno sforzo quando ti ci metti. Ne hai le scatole piene di ascoltarti sempre cianciare... Tagli via... Rinunci... E' da trent'anni che stai a cianciare... Non ci tieni più ad avere ragione. Ti molla la voglia di tenerti anche il posticino che t'eri riservato tra i piaceri... Ti viene lo schifo... Basta ormai mangiare un pò, scaldarsi un pò e dormire più che si può sulla via del nulla assoluto. Bisognerebbe per ritrovare degli interessi inventarsi delle nuove smorfie da eseguire davanti agli altri... Ma non hai più la forza di cambiare il repertorio. Farfugli. Cerchi ancora dei trucchi e delle scuse per restare là con loro, gli amici, ma la morte è lì anche lei, fetente, al tuo fianco, tutto il tempo adesso e meno misteriosa d'un mazzo di carte. Ti restano preziose solo le pene minute, quella di non aver trovato il tempo fin che era vivo d'andare a trovare il vecchio zio a Bois-Colombes, con la sua canzoncina che s'è spenta per sempre una sera di febbraio. E' tutto quello che hai conservato della vita. Questo piccolo rimpianto atroce, il resto l'hai più o meno vomitato lungo la strada, con molti sforzi e pena. Non sei altro che un lampione di ricordi all'angolo di una strada dove non passa già quasi più nessuno.


Viaggio al termine della notte, L.-F. Cèline, Corbaccio.

27 agosto 2012

Il pesce ve lo puliamo noi


Servizio di svisceratura del pesce al banco pescheria di un supermercato napoletano. Strepitoso virgolettato.

25 agosto 2012

Uno sceneggiatore

Riposto dal sito di uno buono, Mauro Uzzeo, scrittore, che è anche uno degli sceneggiatori delle Winx (nonchè di videoclip di Subsonica, Jovanotti, Coolio & Snoop Dog, o fumetti come Dylan Dog), due foto. Una è la fantasiosa realizzazione casareccia di un Cristo Velato.


L'altra è una foto scattata sulla Pedamentina San Martino, a Napoli, e ritrae alcuni murales che volevo voi vedeste.